MONUMENTAL AFRICA
a cura di Enrico Mascelloni
GALLERIA EMMEOTTO
dal 3 dicembre 2009 al 23 gennaio 2010
Monumental Africa, la mostra che si inaugura giovedì
3 dicembre da Emmeotto, presenta i maggiori lavori di alcuni tra i più noti
artisti dell’Africa contemporanea: Amedekpemouleou, Mikidadi Bush, Seni Camara, Dago, John Goba, Almighty God,
Lilanga, Lonaa, Onyango, Paa Joe, Cyprien Tokoudagba, Peter Wanjau.
Con l’autunno arriva a Roma l’arte contemporanea
africana, un’arte che, senza rinnegare il patrimonio culturale della propria
tradizione, appare però oramai totalmente affrancata da quelle tipologie
tribali ancora da molti ritenute l’unico linguaggio visivo prodotto nel più
misconosciuto dei continenti. Promossi e valorizzati a Parigi, Berlino e, più faticosamente, a Londra
e Milano, a Roma gli artisti
contemporanei africani non hanno ancora trovato accoglienza. Ora due mostre
cercano di recuperare il tempo perduto. La prima, Africa? Una nuova
storia, è
stata inaugurata al Complesso del Vittoriano il 18 novembre, la seconda, Monumental
Africa,
sarà ospitata dalla galleria Emmeotto a partire da giovedì 3 dicembre.
Entrambi costruite come antologie dell’arte prodotta in
Africa nell’ultimo ventennio, le due rassegne si completano vicendevolmente. Lo
dimostra la presenza di soli tre artisti in comune (Seni Camara, Gorge
Lilanga, Richard Onyango) in un
contesto che propone, sia al Vittoriano che nella galleria di Via Margutta, i
nomi di protagonisti assoluti dell’attuale scena artistica africana.
Più in particolare, Monumental Africa illustra l’importanza della
partecipazione italiana a quella esaltante avventura moderna che è stata la
scoperta da parte dell’occidente della nuova arte africana. Una vicenda iniziata
col primo viaggio di Sarenco in Kenya, nel 1982. In quell’occasione l’artista
bresciano, uno dei più radicali esponenti della ricerca poetico-visiva
contemporanea, si imbatte nei lavori di Richard Onyango e decide di cominciare ad
occuparsi di arte contemporanea africana. Attorno a lui si costituisce il
gruppo Malindi Artist’s Proof, protagonista di mostre in Italia, Germania, Francia.
In seguito, il suo interesse si estende a stati africani ancora largamente
inesplorati e sconosciuti agli studiosi e ai mercanti di Parigi e Londra che,
nel frattempo, hanno scoperto gli artisti della Repubblica Democratica del Congo
e del Sud
Africa. Di
questo stiamo infatti parlando: una nuova esplorazione del continente africano
condotta attraverso la ricognizione della sua cultura visiva. Un’avventura
intellettualmente esaltante che solo per un ristretto manipolo di appassionati
si trasforma in faticosa ricerca sul territorio. Tra loro, oltre al già citato Sarenco e al francese Andrè
Magnin,
anche un altro italiano, Enrico Mascelloni, curatore della mostra di
Emmeotto. Nel momento in cui gli artisti subsahariani si affermano con successo
nel milieu internazionale dell’arte contemporanea, solo Mascelloni,
Sarenco e Magnin possono dire di aver cercato e
di continuare a cercare, scoprire e scegliere l’arte africana direttamente sul
campo. Spiega Enrico Mascelloni: “ ho personalmente commissionato molte delle
opere presenti in mostra e largamente frequentato tutti gli artisti
selezionati, tutti ad eccezione della misteriosa Amédékpémouléou”.
E misteriosa Amedékpémouléou (Togo) lo è realmente. Pochissimi gli
occidentali che sono riusciti a raggiungerla. Se ancora viva, dovrebbe essere
prossima ai novanta anni. Realizza su commissione piccole figure femminili
modellate in terracotta destinate all’arredo degli altari votivi vodon.
Tra le opere selezionate da Mascelloni, quelle di
Amedékpémouléou sono le uniche di piccolo formato, per il resto prevalgono le
grandi dimensioni e, in tutte, un carattere pubblico che giustifica il riferimento
alla monumentalità presente nel titolo. In assenza di un collezionismo locale
legato ad un mercato dell’arte di tipo moderno, gli artisti africani operano
come quelli della nostra tradizione rinascimentale. Le loro opere nascono
dietro richiesta di un committente in un contesto – spesso di botteghe con un maestro e i suoi
assistenti – in cui il confine tra arte ed alto artigianato è labile. Scrive Sarenco: “L’arte africana
contemporanea eredita i nodi mai completamente sciolti dell’estetica europea,
in primis la questione arte-artigianato” . L’interesse dei critici e del mercato occidentale è
stato vissuto in Africa come l’arrivo di una nuova committenza che ha portato
soldi, innovazioni tecniche ed idee. Dal punto di vista di Paa Joe
(Ghana), fa
assolutamente lo stesso che le sue straordinarie bare-scultura siano utilizzate per la
sepoltura di qualche ricco possidente locale o vadano a finire in un museo di
Parigi o Berlino.
La maggior parte degli artisti in mostra colpisce per il
carattere di brillante mediazione tra stili e contenuti tradizionali e
influenze dell’arte occidentale. Di ognuno di loro si è cercato di proporre una
o più opere di assoluta rilevanza.
Untitled 1999 del tanzanese Lilanga – il più celebrato tra gli
artisti contemporanei africani - è l’opera capostipite di un ciclo sull’idea di
città in
seguito ampiamente sviluppato e che grande fortuna ha incontrato sul mercato
internazionale.
L’African Pope di Peter Wanjau è uno dei capolavori
dell’artista-sindacalista keniota. Questo sgargiante acrilico su tela,
concepito quando la stella di Obama era ancora lontana a venire, era stato fortemente richiesto da Harald
Szeeman per
la Biennale di Venezia del 2000, ma non arrivò in tempo, cosicché la mostra di Emmeotto
costituisce per il pubblico italiano
l’occasione per poterla finalmente vedere.
Euridice, l’imponente tavola realizzata da Almighty
God alla
fine degli anni ’90, è l’opera di maggiori dimensioni realizzata dall’artista,
nonché uno di quei quadri speciali che egli dipinge interamente di sua mano,
non avvalendosi dell’aiuto dei circa venti assistenti che affollano il suo
studio di Kumasi, la Garden City del Ghana.
La Bara Barile di Paa Joe (Ghana), opera curiosa e affascinante, è
ciò che dichiara di essere: un grande barile di petrolio che al suo interno
nasconde un sontuoso alloggio per defunti. La leggenda vuole che l’artista
scolpisse il primo esemplare per la sepoltura di un facoltoso proprietario di
pompe di benzina.
In mostra sono anche presenti importanti sculture della senegalese
Seni Camara.
La colleganza tra l’arte della scultrice e il patrimonio spirituale e culturale
della regione in cui è nata, la Casamance, è così profonda da aver
indotto i ribelli nazionalisti ad irrompere nel suo studio e a distruggere
tutte le opere presenti perché ritenute capaci di svelare i segreti della
Casamance.
E poi tanti altri capolavori, in un panorama eclettico e
multiforme in cui il denominatore comune sembra essere la propensione alla
figurazione e alla narrazione della propria realtà, sia in termini di cruda o
divertita rappresentazione dell’Africa contemporanea – spesso con finalità di
denuncia sociale o ammonimento morale – sia in termini di rivisitazione di una
cultura tradizionale ancora vivissima.
Da Emmeotto un’esplosione di colore ed energia: è l’arte
contemporanea africana.