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MOSTRA IN CORSO // Giacomo Costa
POSTNATURAL testo critico di Valerio Dehò “Uno
sgocciolio d’acqua. Una luce che si affievoliva. Vecchi sogni usurpavano il
mondo reale. Lo sgocciolio era nella caverna. La luce, una candela che il
bambino teneva in un cono misura-anelli di rame battuto. La cera colava sulla
pietra. Impronte di creature sconosciute sul loess necrotizzato. In quel
corridoio freddo avevano raggiunto il punto di non ritorno, e soltanto la luce
che si portavano dentro misurava la distanza dall’inizio”Cormac
McCarthy, La strada Lo
sguardo sul futuro di Giacomo Costa parte da un’idea di sovraffollamento di
deserte architetture a cui sembra
che l’uomo non possa opporsi o che assecondi come un destino ineluttabile. Ma
non sembra che la partita sia chiusa. Vi sono forti motivazioni politiche in
quello che l’artista fa, proprio come capacità di anticipare le situazioni
prendendo una posizione. La sua è una denuncia di un mondo in degrado e fuori controllo eppure non è una resa
al catastrofismo quanto un segnale di luce e di risveglio. Nello stesso tempo
le sue fotografie hanno qualcosa di misterioso, di profetico, e anche di epico
che non è affatto comune nell’ambito dell’arte contemporanea, anzi ne
costituisce un’eccezione.Se
l’arte contemporanea si confronta costantemente con le immagini di un futuro
sempre più prossimo, con visioni, interpretazioni e aspettative attorno a
qualcosa che sta accadendo, non sempre
il sociale viene incluso in un progetto artistico. Eppure proprio la
generazione che ha partecipato con il digitale all’invenzione di una comunicazione
globale tra media e arte, conosce perfettamente i (non) limiti della partecipazione e le nuove possibilità di
partecipare ad un immaginario collettivo. Frammenti, certo, ma anche, in
artisti come Costa, la capacità di offrire una coerente visione personale di
come vanno le cose, senza paure e senza falsi pudori a ricollocare l’arte al
centro del mondo. Giacomo Costa costruisce delle immagini e delle utopie sul
discrimine tra il positivo e il negativo. La catastrofe ( sempre anunciata
dagli anni ’60 in avanti) è posta sullo stesso piano della capacità dell’uomo
di resistere, di non cedere del tutto all’inesorabilità del finto
progresso. L’immaginario si nutre
di legami spesso non espliciti, non certo di dichiarazioni conclusive e
assertive. Il tempo dei futurologi è finito da tempo, adesso tocca agli
artisti.Sensazioni
e visioni, anche l’idea fondamentale della città a venire non sembra
prescindere dalla visione delle megalopoli annunciate. La sua idea non è certo
rassicurante, ma nasconde il fascino per un mondo estremamente artefatto,
complesso, in cui i concetti d bene e male si annullano a vicenda. Vuoto e
pieno, umano e non umano, alto e basso tendono a confondersi di fronte a uno
spettacolo affascinante anche se certamente inquietante. La sua svolta “verde”,
rivelata alla Biennale di Venezia dell’anno scorso, in cui la natura diventa
protagonista, risente di una conversione del mondo da estetico ad etico, anche se una mediazione tra le due categorie è
sempre la soluzione migliore. I suoi “Garden” contengono speranze, sono ancora
la possibilità d’inseminare il cemento, di guardare oltre il ponte verso quei
miracoli che la biologia con l’azione sociale sanno creare. Se il messaggio
precedente era soprattutto di denuncia, con gli ultimi lavori Costa riprende
l’idea molto metropolitana degli orti sociali, mostrando come qualcosa può
cambiare, anche nella desolazione e nello sperpero ambientale.Negli
ultimi lavori vi sono poi delle vestigia umane che affiorano nell’intenso verde
della vegetazione, qualcosa che ha a che vedere con un’esplorazione in
direzione di un futuro prossimo. Uno stadio, un’arena, un Colosseo muto e senza
tempo si erge dentro la foresta nell’ambiguità di una sopravvivenza o
nell’estrema difesa della costruzione umana dall’assedio vegetale. Si tratta
forse di un luogo in cui gli uomini possono organizzare una resistenza comune
per salvare la propria cultura, per rinascere con e dentro la natura ritrovata.
Dall’invasione indiscriminata, fantasmagorica del cemento cioè dalla proliferazione
urbana incontrollata, sembra che l’artista toscano stia progredendo verso una
direzione in cui la positività prevale sullo spaesamento, sul senso
dell’immenso e incontrollabile. Si respira un senso della sopravvivenza, della
strada intesa come spostamento verso una certezza che è rinascita,
riappropriazione di idee e sentimenti inghiottiti da un mondo senza alcun
controllo. Ma anche trasmissione di qualcosa attraverso le generazioni, di
recupero di valori duraturi, insensibili al nulla del consumo fine a se stesso,
che si mostra sempre di più come limite ultimo del senso. Sul
rapporto uomo-natura, ambiente-distruzione Giacomo Costa ha costruito una
storia senza figure umane di riferimento, una vicenda epica che fa partecipare
direttamente gli eventi ad altri eventi. Ma la presenza umana, la luce dei
“buoni” evocati da McCarthy c’è e si evidenzia con l’assenza, con le tracce,
con i frammenti, con le rovine tecnologiche. Si può dire che il racconto
si evolve, cambia immagini ma resta anche fedele alla consapevolezza
che tutto parte dagli uomini e che il mondo ha il senso che gli diamo. Vi sono
convinzioni e sentimenti che sopravvivono a tutto, forse la realtà cerca un
altro punto d’inizio, e speriamo che sia l’arte a suggerirlo. Valerio
Dehò
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La mostra si terrà da l06/05/2010
ore 19:00 al 30/06/2010.
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